Crisi economica, recessione, tracollo dei mercati, oggi sono termini talmente inflazionati da divenire parte integrante di ogni nostro discorso. Fanno parte oramai del linguaggio comune anche per i non addetti ai lavori. E come se non bastasse tutti i media, dai giornali alla radio, dalla tv all’intero web non fanno altro che parlarci della crisi, di quanto è dura questa crisi, con un gioco al ribasso di tutte le stime precedentemente indicate, che già erano catastrofiche.
Il problema è che tutto ciò non è un gioco, né uno escamotage per vendere più giornali o aumentare l’audience di tavole rotonde televisive. La crisi c’è ed è davvero allarmante. Nell’estate del 2007 inizia a colpire il mercato dei mutui immobiliari americani, per espandersi successivamente ad ogni comparto della finanza, portando quasi ad un collasso dei sistemi finanziari, con pesanti perdite degli indici azionari mondiali. Si è disintegrata una bolla speculativa e, con essa, l’illusione di un concetto di ricchezza e di sviluppo. Negli ultimi mesi ha colpito l’economia reale, influenzando le scelte di consumo, investimento e produzione. I suoi effetti hanno determinato un quadro congiunturale in rapido peggioramento in tutte le principali economie, gli Stati Uniti sono in recessione così come l’Area dell’euro ed il Giappone, e anche nei paesi emergenti, in Cina e in India, la produzione sta rallentando notevolmente.
Questa crisi mondiale sta cominciando a manifestare i suoi effetti anche come gravissima crisi occupazionale, visto che negli Usa negli ultimi quattro mesi oltre due milioni di persone hanno perso il posto di lavoro (licenziamenti che hanno attraversato trasversalmente tutto il panorama dell’economia, dalla farmaceutica all’elettronica, dalla finanza all’auto) e visto che in Europa dall’inizio dell’ultimo trimestre del 2008 a tutto il mese di gennaio 2009, si sono persi 130mila posti di lavoro nel solo settore industriale. E secondo gli esperti non siamo che all’inizio.
Naturalmente anche l’Italia è in recessione, anzi in forte recessione, la più forte dal dopoguerra. Si parla in questi giorni di una probabile flessione superiore al 2,5% del nostro PIL per il 2009.
L’universo cooperativo in questo contesto è chiamato come prima cosa ad attrezzarsi per fronteggiare le conseguenze di questo scenario apocalittico, peraltro caratterizzato dai confini molto nebulosi. Ma c’è di più. In passato si è costantemente osservata la capacità anticiclica della cooperazione, derivabile dalla sua stessa natura mutualistica. Potrà essere confermata questa capacità anche oggi? A cosa dovranno guardare e quali misure dovranno mettere in atto le cooperative? E’ pensabile, per la cooperazione, di riuscire a cogliere proprio nella fase recessiva un’opportunità di sviluppo?
Sono solo poche domande, a cui è difficile dare delle risposte certe e assolute, ma che possono contribuire come spunto per una discussione e riflessione sullo stato, sui problemi, sul futuro del movimento cooperativo in questa nuova sfida, che parte da molto lontano ma arriva fino alle nostre case.
Francesco Linguiti
Che la crisi ci sia è evidente, anche se non tutti i comparti stanno soffrendo allo stesso modo e concordo sul fatto che il “bello” debba ancora arrivare.
L’occupazione in forte calo anche nella ricca Emilia Romagna testimonia il fatto che se è così lì, figuriamoci altrove.
Le società private tendono ad un recupero complessivo di costi da ottenere tramite la cassa integrazione e la messa in mobilità del personale: anche quando si tratta di avere avuto nel 2008 un calo di utili e non una perdita.
Le cooperative tendono a salvaguardare i posti di lavoro anche di fronte ad una perdita, perchè a giusta ragione non ritengono che il personale sia la sola causa dei propri mali.
Anzi, è sulle persone (e quindi sull’etica) e sull’innovazione che devono puntare, proprio perchè sono le uniche due armi che hanno a disposizione. E non sono due armi da poco. La difficoltà sta nel fatto che quando il mercato gira e si riescono ad ottenere utili non ci si pensa neppure, quindi quando arriva la crisi ciclica difficilmente si è preparati: bisogna abituarsi ad imparare a “sparare” anche quando le cose vanno bene, soprattutto le cooperative anche se per quanto riguarda il problema innovazione, l’Italia non abbia nel proprio DNA l’investimento nella ricerca.
Ora, qualche grossa impresa che fa innovazione esiste, non voglio fare di tutta l’erba un fascio, ma sono prevalentemente alcuni tipi di imprese in alcuni specifici settori.
Ora tutte sono obbligate: è quello che noi come cooperativa stiamo tentando di attuare da un lato per tamponare questa crisi, ma (e soprattutto) dall’altro per uscire vincitori quando inizierà la ripresa, sperando nel frattempo che certa concorrenza non sia stata tutta all’altezza della situazione, anche perchè sul mercato ci sarà molto meno spazio di prima della crisi.
Mi soffermo solo su una delle questione sollevata da Linguiti: le cooperative possono avere un ruolo anticrisi?
Si tratta di una idea molto diffusa, ma onestamente non conosco alcuna ricerca empirica a sostegno.
Se qualcuno conosce qualche studio sarebbe bene segnalarlo.
In ogni caso sarebbe interessante verificare se esiste una qualche relazione statistica fra gli anni di nascita delle cooperative e le fasi del ciclo economico.
Più in generale sarebbe assai interessante uno studio “demografico” sulla cooperazione. Alcuni dati che emergono dai rapporti Unioncamere (come l’età media) sono molto interessanti.
Una seconda linea di ricerca dovrebbe invece riguardare le Coop che nascono da imprese private in crisi. Anche in questo caso studiare l’esperienza di CFI potrebbe aiutare a capire questo ruolo anticrisi della Cooperazione (caro Zevi non hai uno studente a cui affidare una tesi di laurea sull’esperienza CFI?).
E’ probabile ci siano studi americani sugli ESOP in aziende in crisi.
Qui vorrei ipotizzare se questo ruolo della cooperazione possa esse giustificato dal diverso regime istituzionale dei diritti di proprietà fra impresa profit ed impresa cooperativa.
In una fase di crisi l’impresa profit in difficoltà cercherà di salvare il capitale salvabile chiudendo l’attività il primo possibile.
Nella Cooperativa il regime dei diritti di proprietà non permette di distribuire ai Soci il capitale residuo, oltre al capitale versato. Come noto il residuo è destinato, nel caso italiano, ai fondi mutualistici. In questo caso chiudere la Cooperativa per salvaguardare un capitale residuo che non spetta ai Soci è contro il loro interesse.
La Cooperativa, proprio per la sua diversa funzione obiettivo (salvaguardare i Soci e non il capitale) è portata a “resistere”.
Quale comportamento è più “razionale”?
Un economista neo-classico sosterebbe che il comportamento cooperativo va contro la logica della allocazione ottimale delle risorse (ma si dovrebbe dire del capitale), per cui è da censurare.
Ma un economista keynesiano potrebbe sostenere che se il cavallo non beve, anche a tassi nulli (trappola della liquidità) la fuoriuscita dal business è un ulteriore contributo alla crisi. Una economia cooperativa che “resiste” aiuta la ripresa della domanda globale.
L’idea che un forte settore cooperativo dell’economia abbia un ruolo anticrisi è sostenuta anche da Bruno Jossa, nel suo ultimo libro, ora in libreria (pubblicato anche grazie al contributo finanziario del Consorzio Nazionale Servizi).
Antonio Zanotti
Segnalo a tutti i lettori due importanti petizioni del Movimento Solidarietà (nome abbreviato di “Movimento Internazionale per i Diritti Civili – Solidarietà”), associazione italiana che rappresenta e diffonde le idee dell’economista e leader politico americano Lyndon LaRouche, l’unico che seppe prevedere questa crisi con largo anticipo.
Sin dal 1997 propone la Nuova Bretton Woods per sottoporre a riorganizzazione fallimentare l’intero sistema finanziario internazionale. Il Parlamento italiano si è occupato della faccenda in più occasioni, trovando la stampa poco interessata a questo importante tema.
Sin dal 2005 propone la riconversione dell’industria dell’auto, affinché il principio della macchina utensile sia salvaguardato e applicato nella costruzione degli elementi componenti centrali nucleari, treni a levitazione magnetica, macchine movimento-terra per l’Africa, ecc.; queste costruzioni e infrastrutture sono previste nel suo programma di ripresa economica globale noto come “Ponte Terrestre Euroasiatico”.
Nell’estate 2007, a crac avvenuto (ma da pochissimi ancora negato o non capito), propose una legge di tutela dei proprietari di casa e delle banche ordinarie (HBPA).
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La prima petizione è per l’istituzione di una Commissione parlamentare che abbia per modello quella americana che, presieduta nel 1932 da Ferdinand Pecora, indagò sulle responsabilità della crisi del ’29, preparando il terreno alle “miracolose” manovre di ripresa economica, dettate da Franklin Delano Roosevelt.
La seconda petizione si rivolge al Governo, per salvare le Piccole e Medie Imprese, abbandonando al loro destino le entità speculative e cancellando i crediti illegittimi (degli hedge fund, dei correntisti nei paradisi fiscali, ecc.) Le petizioni si trovano sul sito dell’associazione.
Provo a indicarlo in questo commento. Nel caso non fosse accettato dal server, sarà sufficiente cercarlo in rete.
http://www.movisol.org