Uno dei problemi imposti dalla globalizzazione è il processo di omologazione che pervade tutti i mercati sia quello dei beni che quelli immateriali. La risposta è una diffusa spinta al recupero di identità locali o localizzate. Risposta non facile – vista la forza d’urto dei processi economici e culturali globalizzati e globalizzanti – che assume palesemente una chiave essenzialmente difensiva: se non antagonista, comunque volta a conquistare spazi di autonomia.
La risposta in chiave teorica è stato il concetto di “glocale” che rende bene questa idea di una sorta di trade off tra globale e locale e la conseguente ricerca di un punto di equilibrio tra i due “orientamenti”. Il problema è che assumere questo concetto di “glocale” vuole dire assumere, più o meno inconsciamente, l’idea che “locale” e “globale” facciano parte dello stesso “dominio”, che il gioco che lega le due dinamiche sia – come si dice – a “somma zero”, che bisogni, cioè, contenere l’invadenza del “globale” per trovare uno spazio per il “locale”.
Questa lettura di tipo dicotomico – e, quindi, il relativo conflitto che genera – anche se diffusa e generalizzata, è quantomeno discutibile. La crescente multidimensionalità dei fenomeni sociali depone, anzi spinge, non per dicotomie, ma per co-presenze, molteplicità identitarie, appartenenze a contesti diversi. Certo questa condizione produce qualche contraddizione, molti straniamenti e intime insicurezze, ma certamente fa uscire dall’angustia di un confronto finto che serve solo per battaglie ideologiche, divisioni, scomuniche.
Richiamo questa analogia perché in qualche modo la domanda di un recupero forte dell’identità cooperativa, che traspare significativamente anche dalle adesioni espresse a questo blog, finisce per ridursi, nella quotidianità, anch’essa in un “vicolo cieco” simile a quello del confronto tra globale e locale. Nella vulgata ricorrente la richiesta di un rilancio identitario avviene all’interno di un presunto conflitto tra efficienza e efficacia: tra socialità e mercato. Il risultato è che, in genere, chi invoca una maggiore identità intende la necessità di “ridurre” o contenere l’isomorfismo imposto dal mercato globalizzato. Alla base di questa necessità c’è la sensazione, o il convincimento, che sull’altare del mercato si è dovuto sacrificare qualche cosa di non economico: democrazia, socialità, cioè, identità. Si chiede di recuperare identità perché le logiche del mercato hanno trascurato o accantonato quelle sociali.
Il risultato di questa lettura è che porre il problema di una più forte identità significa invocare un nuovo trade off tra efficienza e efficacia, tra mercato e sociale; chiedere che, in un’ipotetica scala graduata che ha queste due dimensioni come estremi ideali, la “lancetta”, il timone del decision making quotidiano siano spostati un po’ più verso il sociale anche se questo dovesse, come dire, far rinunciare, a un po’ di mercato.
Interessante è notare che non si percepisce che, così impostato, il problema non ha soluzione e non lo si percepisce neppure guardando a quali esiti questa lettura dicotomica ordinariamente produce: o alla retorica dell’auspicio impotente o al fondamentalismo della contrapposizione improponibile.
Il secondo esito è quello più consueto e si manifesta non appena si è espresso a un qualunque cooperatore operativo il bisogno di riequilibrio.
Le risposte sono sostanzialmente due: la prima, comune ad un numero assai rilevante di cooperatori, ritiene questa richiesta offensiva o strumentale indotta da un pregiudizio politico (per gli avversari) da stupidità (per gli altri, che comunque se fanno questa domanda sono dei cretini o degli intellettuali). L’esito è un reciproco irrigidimento e la deriva è manifestamente fondamentalista. Il massimo che questa posizione è disposta ad ammettere è che, eventualmente, il problema riguarda altri settori, altre cooperative, ma non certamente la propria.
Il secondo esito, quello della trasformazione del problema in un auspicio: avviene quando il cooperatore operativo concorda nella diagnosi dell’esistenza di un rischio di perdita di identità. “Certo c’è un problema di riequilibrio, ma deve essere ben chiaro che si tratta di un problema che potrà essere affrontato solo quando e solo se si è “a posto” economicamente”. Quel cooperatore non mancherà di sottolineare che occorre ricordasi, anzi non dimenticare mai, che “la cooperativa è prima di tutto un’impresa, che deve essere competitiva e per esserlo non può non tenere conto dei comportamenti dei concorrenti; guadagnata la sopravvivenza sul campo, poi, si cercherà di fare di più”. Di questo è assolutamente convinto e profondamente coinvolto; è un’esigenza irrinunciabile, inrinviabile, indotta da un insopportabile mercato omologante!
A questa risposta, sia chi pone la domanda, sia chi risponde in questo modo, si mettono a posto la coscienza: il bisogno è stato espresso e condiviso e comune è l’auspicio di operare.
Tutti sono d’accordo che occorre stare attenti all’isomorfismo perché “corrompe” o può corrompere, ma la sua forza è talmente performante nel decision making delle cooperative, che perfino negli ambiti in cui comportarsi in modo “non conformista” non costerebbe nulla, non lo si fa: quanto meno per inerzia, spesso per pervicacia.
Come per esempio nella rendicontazione sociale, che è strumento che potrebbe testimoniare l’identità diversa e specifica della cooperazione; ma falange di cooperative VOGLIONO assumere lo standard delle imprese di capitali e magari si fanno perfino violenza per assumere il GBS (che è già spersonalizzante per una impresa di capitale, pensa che capacità identitaria può offrire all’impresa cooperativa). E non contente si impongono, pretendono per sé, perfino la certificazione di un “la qualunque” sia disposto a dichiarare di essere un certificatore: questo lo fanno …. “per accrescere la forza del confronto”: purtroppo, per loro, sempre più omologante.
Il problema è che la dicotomia sociale – economico è una falsa dicotomia, che dunque non c’è alcun trade off possibile tra le due dinamiche, anzi che neppure queste prese separatamente sono facilmente (cioè razionalmente) negoziabili nella loro struttura e contenuto. Contribuisce all’interpretazione dicotomica il fatto che per una “cosa” complessa e scarsamente riflessa, come la cooperazione, fanno presa alcune metafore, soprattutto quelle più immaginifiche (e per essere tali devono essere polisemiche cioè assumere molti possibili contenuti e quindi fare contenti tutti o molti, qualunque sia la rappresentazione che si sono fatti della cooperazione): per esempio il fatto che la cooperativa è un ibrido, oppure che è un soggetto bifronte, ecc. Queste immagini, che tutti – me compreso – usiamo, confermano una sorta di natura doppia della cooperazione che, al meglio, scandisce una sorta di parità dei valori fondanti, ma nella realtà finiscono per essere il presupposto per una battaglia sulla priorità dell’una (socialità, efficacia, ecc.) sull’altra (economia, efficienza) e origine per i susseguenti “fondamentalismi” (tra i quali possiamo definire i “sociali” che diventano “gli integralisti della socialità” e gli economici che diventano gli “integralisti del mercato”).
Per uscirne bisognerebbe ricordarsi che la cooperativa non è un ibrido, non è un bifronte: è una forma di risoluzione dei bisogni comuni basata sulla mutualità (cioè i tempi lunghi e differenziati) che ricerca (perché è un atto di volontà esplicita) il mercato per provare ad essere efficiente, cioè sottrarsi, ricercando un terreno di confronto “oggettivo” (quale è il mercato, appunto) alla possibile (per non dire certa) deriva dell’inefficienza, dello spreco. Senza dimenticarsi, anche, che la scelta della cooperativa non è ideologica, pur essendo ideologica: non si fa una cooperativa perché lo impone una ideologia, ma perché in quella situazione, in quel contesto non c’è la risposta economica naturale, quella capitalista, e si è intimamente (ideologicamente) convinti che cooperando si può fare meglio e di più perché l’impresa profit salvaguarda meno la dignità della persona, si riserva margini – markup - inaccettabili per le condizioni di monopoli, di oligopolio che è riuscita a costruire, perché è intollerabile produttrice di differenziazioni sociali, di squilibri remunerativi, perché usa strumenti e metodologie deprecabili, perché incapace di ragionare nel medio e lungo termine, perché non rispettosa dell’ambiente, ecc. ecc. Ma questo vuole dire che così come non c’è un obbligo a cooperare non c’è neppure un obbligo alla sopravvivenza ad ogni costo della cooperativa, quando appunto non sia più in grado di ovviare alle carenze e agli opportunismi sopra richiamati e a quelli ulteriori per caso dimenticati.
Il problema dell’identità cooperativa è tutto qui: nell’approccio metodologico (che potremo definire critico) consistente nel porsi quotidianamente il problema sulla capacità della cooperativa (quella specifica cooperativa) di dare risposte difformi da quelle capitaliste salvaguardando l’efficienza nell’uso delle risorse e l’efficacia in quello dei contenuti, cioè la salvaguardia della scelta mutualistica (e delle conseguenze implicite in questa scelta).
Il problema metodologico non dà luogo ad alcun trade off, ma ad un confronto su un set di indicatori non diversi da quelli dell’impresa capitalista anche se diversamente disposti nelle priorità (si pensi al profitto e al suo posizionamento rispetto ad altri indicatori – valori – per esempio: profitto/ambiente, oppure profitto/-partecipazione).
Il problema dei contenuti riguarda la natura mutualistica (nelle diverse declinazioni che assume) ed i suoi fattori costitutivi: democrazia nel governo dell’impresa, parità decisionale, porta aperta, promozione, ecc. Anche nel caso dei “contenuti” bisogna stare attenti a non inventarsi finte dicotomie, perché servono solo a finti fondamentalismi e a garantire, in realtà, lo status quo. Non c’è alcuna parità o dis-parità (per importanza identitaria) tra mutualità e partecipazione: non sono due principi da mettere a confronto per decidere quale dei due è il più importante. Il principio che fa diversa l’impresa cooperativa da quella capitalista è la mutualità, cioè il fatto che a mettere insieme le persone sono i bisogni comuni, non l’interesse. I bisogni sono molteplici variabilmente impellenti, con intensità spesso differita nel tempo e diversa nelle condizioni di contesto. Solo i bisogni, come ci insegnano gli psicologi, possono essere repressi o trovare perfino risposte sostitutive come il transfert, la sublimazione. I bisogni non sono negoziabili (come gli interessi), sono solo concertabili, perché legati alle persone, e proprio perché concertabili implicano la pari dignità delle persone, la necessità di un approccio democratico e la possibilità di ciascuno di proporre un modo migliore per darne soddisfazione: in questo senso parlare di identità cooperativa vuole dire parlare di modelli di costruzione delle leadership aziendali, di turnazione dei gruppi dirigenti; di crescita delle soggettività e dei protagonismi dei soci; di equilibrio tra professionalità dei manager e circonvenzione dei soci. Se c’è identità (cioè tutto questo) e si riesce a essere competitivi, la scelta cooperativa ha un senso, ma se non c’è identità (cioè quell’insieme di funzioni sociali)………………..
Primo Salani
C’è un altro “confine” rispetto al quale si definiscono i valori cooperativi. Un confine, per così dire, “verso il basso”, laddove l’antagonismo non si gioca con l’individualismo capitalistico orientato al profitto, ma con la frustrazione, la rassegnazione, la disgregazione: sentimenti che prendono la forma dell’assistenzialismo, dell’emigrazione, del lavoro nero, addirittura del coinvolgimento in attività illegali o criminali.
Su questo terreno, l’identità cooperativa non sempre si riconosce da prassi amministrative e imprenditoriali bene implementate sistematicamente. Succede anzi che questi aspetti vadano a regime lentamente, man mano che crescono, da un lato, professionalità e consapevolezze interne, dall’altro, che si consolida un mercato di riferimento.
Qui i cooperatori condividono prima di tutto la convinzione che si possa – in qualche modo e in qualche misura – incidere nella realtà circostante. E da questa convinzione si genera una determinazione e un entusiasmo che capita invece sempre meno di riscontrare in altri ambiti di partecipazione sociale, la politica per esempio.
E’ il tessuto cooperativo ad accogliere ancora persone disposte a scommettere su cambiamenti piccoli e grandi. Niente proclami universali o ideologie “spiega-tutto”, ma valori vissuti quotidianamente, quelli sì.
Poi magari alcune di queste persone, periodicamente, tirano il saldo della loro esperienza e – anche quando gli indicatori “ragionevoli” danno un risultato col segno meno – riscoprono che ne è valsa la pena.
Non so se ho compreso sino in fondo l’opinione di Salani.
Condivido comunque il fatto che la Cooperazione soffra un complesso di inferiorità verso le imprese capitalistiche, per cui (specie negli ultime vent’anni) c’è stata una ricorsa alla omologazione culturale (nel linguaggio, negli indici di bilancio ecc.) tutto giustificato da: “questo è il mercato”.
Contro questa deriva, Salani si richiama ai “valori cooperativi”, come momento per affermare una identità autonoma della cooperazione che si definisca in positivo (cos’è la cooperazione) e non solo in negativo (ciò che la cooperazione non è) o, in altri termini, si definisca in termini assoluti e non relativi, cioè rispetto all’impresa capitalistica.
Per Salani questa diversità di valori è “… la mutualità, cioè il fatto di mettere insieme le persone sono i bisogni comuni, non l’interesse”.
Questa soluzione mi sembra troppo generica, ma il guaio è che l’espressione “valori cooperativi” è qualcosa di insicuro.
La Cooperazione mondiale che si riconosce nell’ACI, sin dalla sua nascita a fine ’800, si è richiamata ai principi di Rochdale. ma sino agli anni ’30 non era affatto chiaro cosa ciò significasse. Sotto la richiesta della cooperazione francese nel 1937 furono statuti per la prima volta i valori ed i principi cooperativi, successivamente modificati nel 1966 e nel 1995.
Rispetto all’ultima statuizione però ci sono problemi nuovi che non trovano alcun riscontro: la cooperativa come holding, la mutualità esterna, la mutualità intergenerazionale.
Sulla evoluzione dei principi cooperativi esistono alcune ricerche interessanti (in lingua inglese). Vorrei citare solo quella di Melnyck che distingue l’evoluzione dei principi cooperativi in tre fasi:
- fase utopia, dove prevale l’idea di un sistema alternativo al capitalismo;
- fase movimento, dove il sistema capitalistico è accettato, ma la cooperazione persegue una spinta di crescita dimensionale;
- fase sistema: dove la cooperazione è meno movimento e più impresa.
Questa distinzione mi porta ad un altro commento al testo di Salani, quando scrive: “La scelta della cooperativa non è ideologica, pur essendo ideologica (?): non si fa una cooperativa perchè lo impone una ideologia, ma perchè in quella situazione, in quel contesto non c’è la risposta economica naturale (?) quella capitalistica ecc ecc.”
E’ un passaggio che non mi piace, perchè (sempre se ho ben inteso) riduce lo spazio cooperativo alla logica del fallimento di mercato e reintroduce un concetto relativo di cooperazione, che Salani mi pareva volesse respingere.
Nella cooperazione mondiale da anni si è aperta una forte discussione sul problema della demutualizzazione (assai meno in Italia, forse a causa del particolare regime di trasformazione societaria per le coop): tutti gli studiosi del fenomeno individuano questa deriva proprio nella perdita (o dimenticanza) dei valori cooperativi. In altri termini se la “fase sistema” introduce il tema dell’efficienza/efficacia della gestione aziendale, se non tiene però ferma la barra dei valori cooperativi, è facile degeneri nella demutualizzazione.
Insomma la cooperazione deve navigare fra Scilla e Carridi.
Antonio Zanotti- ANCST
Nel pezzo I valori cooperativi, di Mario Salani, leggo: “Il mercato è un terreno di confronto oggettivo praticando il quale le imprese evitano inefficienza e spreco”. E ancora: “Quella capitalistica (…) è la risposta naturale”. Mi chiedo: non sarebbe il caso – specialmente oggi che un ordine economico-finanziario mondiale vacilla – di dare meno per scontati concetti quali “mercato”, “obiettività” e “naturalità”? Non è lì, forse, che si annida la pretesa ideologica del considerare come eterno e universale ciò che invece è storicamente dato, unilaterale, se non del tutto errato e rovinoso? Si stanno al proposito interrogando, ne stanno (auto)criticamente discutendo, economisti di spessore mondiale: chi più della cooperazione è nella condizione di dare sul tema un contributo critico persuasivo?
Si afferma che la cooperazione “serve a ovviare alle carenze e agli opportunismi” (del mercato capitalistico) perché “cooperando si può fare meglio e di più”. Ma non basta seguire la rotta di un giusto e sano fare cooperativo, senza il bisogno di rivendicare che esso sia “meglio” e “di più” di quello capitalistico? Non si tratta di dimensioni/concezioni diverse e distinte, per alcuni aspetti incomparabili, per altri del tutto incompatibili?
Trovo affermato ancora: “Il set di indicatori per l’impresa cooperativa non è diverso da quello dell’impresa profit”. Ma non è proprio la ricerca immediata del massimo profitto, la crescita quantitativa costante e infinita, i consumi indotti grazie a un ricorso dissennato alla leva del debito, ad avere provocato gli attuali disastri economici, sociali e ambientali? E allora, non ci sono ragioni sufficienti per pensare, produrre, applicare e rivendicare un set di indicatori propri del modo cooperativo di fare impresa, società ed economia? Siamo così rinunciatari e timidi da non sapere affrontare in necessaria autonomia questioni e sfide così cruciali?
Trovo ancora scritto: “I bisogni definiscono l’identità e la ragion d’essere dell’impresa cooperativa, gli interessi dell’impresa profit”. A parte il fatto che non credo così semplice stabilire i confini tra “bisogni” e “interessi”, ma non è proprio l’apparente successo del modo di produrre ricchezza (in realtà effimero e discutibile e, nelle conseguenze oggi evidenti, perfino devastante), e del modus operandi dell’impresa profit (apicale e verticale, gerarchico e autoritario, espropriante e accentratore, ostile a qualsiasi valore che non sia quello del miglior risultato finanziario immediato) ad avere contribuito a indurre “una falange di cooperative ad assumere lo standard delle imprese di capitali, al fine di accrescere la forza del confronto purtroppo sempre più omologante”?
A me pare che alla base, sottaciuto e implicito, ci sia proprio un trade off, e cioè una scelta tra pratiche, modelli e logiche che sintetizzerei così. La prima scelta dice: se tutti gli uomini accanitamente competessero, e nell’arena duramente combattessero, vincerebbe (naturalmente!) il migliore, e tutti vivremmo felici e contenti (sapendo invece benissimo che chi perde si perde: chiedetelo ai milioni dei nostri attuali e prossimi disoccupati, alle ondate di migranti disperati che arrivano dall’Africa e dai Paesi dell’Est). La seconda: se gli uomini tra loro lealmente cooperassero, e tutti equamente dei frutti prodotti beneficiassero (il primo e più importante dei quali essendo già intrinseco a una logica di relazioni pacificamente cooperative piuttosto che bellicosamente competitive), si starebbe meglio tutti, sicuramente non nelle drammatiche difficoltà in cui ci troviamo ora. E a noi cooperatori non sta bene naturalmente – qui ci vuole – questa scelta seconda? Non esprime e rappresenta i nostri valori, la nostra storia, e insieme la risposta vera al precipitare della crisi del mercato capitalistico? Io ritengo che alla base delle due scelte ci siano concezioni radicalmente diverse sulla natura umana: quella tra chi pensa che l’uomo sia fondamentalmente buono, naturaliter collaborativo e cooperativo, e che il problema consista nell’operare per creare condizioni e presupposti coadiuvanti; e quella di chi invece è intimamente persuaso che prevalga sempre e inesorabilmente la logica dell’homo homini lupus, e quindi che il massimo e il migliore dei risultati possibili sia quello di limitare i danni (in questo consistendo, per coloro, il compito della cooperazione).
Mi permetto una sollecitazione ulteriore: insieme a un migliore impegno nel dotarsi di un set di criteri e parametri buoni per orientare e valutare il fare cooperativo, credo sia anche necessario aprire una stagione di confronto e verifica sulla questione, mai come oggi cruciale, della cultura cooperativa, e cioè:
a) quanto aderiamo in modo consapevole e convinto ai valori scritti nelle carte e negli statuti;
b) quanto nel nostro mondo cooperativo ai valori dichiarati corrispondano effettivamente – o non corrispondono, e perché – i comportamenti agiti;
c) quanto efficacemente operiamo affinché i nostri valori, il modo concreto in cui sono incarnati e praticati, siano adeguatamente rappresentati e condivisi. Se non lo facciamo ora che tutto intorno precipita e crolla, e che tante sicurezze fino a ieri così forti vacillano, quando? C’è chi sostiene che la crisi può anche essere una splendida opportunità per far ripartire società ed economia all’insegna di un modo di produrre ricchezza, distribuirla e goderla del tutto nuovo e diverso: non è questa per la cooperazione una formidabile occasione?
Alla domanda finale di Francesco Linguiti (nell’articolo sulla crisi economica – n.d.a.) mi viene da rispondere (lo so, sicuramente semplificando): la cooperazione riuscirà in questa fase economica recessiva a cogliere un’opportunità di affermazione e sviluppo importante se e nella misura in cui ha fino a qui saputo coerentemente operare come tale; molto meno, o per nulla, se invece si è omologata al “mercato obiettivo e naturale” e perciò snaturata e smarrita. Un bel banco di prova, direi: una grande occasione storica.
Giancarlo Marchesini
E’ un piacere trovare discussioni che aprono alla bella problematicità dell’essere e fare cooperazione oggi. Lo scritto di Salani mi induce ad una breve riflessione.
Ritengo che il compito della cooperazione sia stato e sia tutt’ora quello di allargare gli spazi di mercato, riducendone la carica banale dell’orientamento al solo dato monetario. Questa complessificazione che la cooperazione porta al mercato è la sua forza, perchè obbliga ad eliminare la dicotomia mercato/sociale (che è una semplificazione, utile a mettere il cuore in pace a coloro che hanno scelto da che parte stare), ma allo stesso tempo è la sua debolezza, perchè obbliga a linguaggi ed analisi più complesse (è facile definire la salute di una impresa con i dati di bilancio, lasciando fuori le ricadute sull’ambiente o sulle condizione del lavoro). Compito di noi cooperatori è dare voce a questa complessità, non usandolo come alibi dietro il quale celare le nostre tante mancanze, perchè in questa complessità c’è una delle più interessanti risposte in atto alla banalizzazione dell’economia e della nostra società.
Franco Alleruzzo